[FOTO: LUCIANO ROSSO, Albenga | SV]

Il recupero di questo borgo abbandonato, sulle colline dell’entroterra di Loano (SV), costituisce una delle più entusiasmati sfide che un architetto possa affrontare in una visione territoriale di progetto.

Il contesto è un sito medievale rimasto congelato al momento del suo trasferimento –  avvenuto agli inizi degli anni cinquanta – il quale, pur rimanendo nell’orizzonte della nuova Balestrino sviluppatasi nei dintorni del vecchio borgo, è conosciuto come una delle più famose ghost town al mondo o come location dei film Inkheart (R.: Iain Softley) e Terra rossa (R.: Giorgio Molteni), oltre ad essere stato argomento per diversi documentari di carattere divulgativo.

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Il borgo ha una lunga storia che si perde nell’alto medioevo: feudo dei Bava prima (XIII-XIV secolo) e dei Del Carretto di Zuccarello poi (XIV secolo), fu capitale del marchesato dei Del Carretto del ramo di Balestrino a partire dagli inizi del XVI secolo fino al periodo della Restaurazione; come tale conserva strutture di notevole importanza storica e testimoniale, ma soprattutto è depositario di un mondo rurale ormai perduto dove il rapporto tra abitato e territorio era organico e totalizzante.

Vivere il borgo a quei tempi era un vero fatto solidale: ogni azione umana era la faticosa risultate tra i condizionamenti ambientali, morfologici e quelli storici ed economici; ogni persona era parte di una comunità dove le professionalità avevano confini labili, ognuno era un pò muratore, calzolaio, fabbro, allevatore e contadino, pur avendo figure che prevalentemente svolgevano una attività specifica, e partecipava ai bisogni dei singoli.

Il rapporto tra territorio, costruito e vita quotidiana era totalmente permeabile. Il paese era destinato alla popolazione ma le case erano costruite allo scopo di utilizzarle anche ai fini della conduzione agricola e dell’allevamento; le coperture piane a terrazzo erano le aie che mancavano al suolo; il borgo era costruito con strutture in pietra – per evitare incendi – ma soprattutto perché i boschi erano di proprietà del marchese ed il commercio del legno era irraggiungibile per la maggioranza; la struttura urbana, polarizzata attorno al castello è cresciuta come una contrazione del poggio, una increspatura modellata dall’uomo che si disperde e si fonde nei terrazzamenti circostanti.

Da queste considerazioni nasce la convinzione che non si possa parlare del solo costruito ma dalla sua vita, della sua collocazione e del rapporto con il suo territorio, e che non sia solo questione di affrontare le tematiche metodologiche del restauro: si tratta di restaurare il paesaggio, il patrimonio culturale (per intero) di questo modo di vivere per mantenere integro il valore (esemplificativo) di questa realtà ligure.

A tutto questo poi, si aggiungono gli eventi storici romanzeschi, le vicende giudiziali di un borgo che al suo interno aveva un tribunale civile e penale.. insomma un incredibile coacervo di cultura locale.

Il progetto di recupero, perciò, ha cercato di contemperare tutti questi elementi sia di natura tecnica che culturale sviluppando strumenti integrati che, singolarmente, costituiscono di per sé una sintesi del sapere locale affrontato con i moderni mezzi tecnologici e scientifici.

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